Ci facciamo (una fabbrica) di birra?

Un articolo di Wired sull’iniziativa di Ad Store NY di salvare una storica birreria dalla chiusura.

Se vai negli States e decidi di farti una birra, molto probabilmente finirai per stappare una Pabst, uno dei marchi di bionda più antichi e diffusi oltreoceano. Ma questa birreria fondata a Milwaukee nel 1844 e al terzo posto per vendite ancora nel 2008 potrebbe chiudere i battenti l’anno prossimo se non andrà a buon fine la più grande operazione di crowsourcing mai tentata finora: roba da 300milioni di dollari.

Già, perché la proprietà della Pabst, ovvero la californiana S&P Company, dopo la morte del suo fondatore Paul Kalmanovitz ha acquisito lo status di impresa non-profit. Una condizione che non è piaciuta all’IRS, il fisco americano, che ha intimato di vendere le azioni della Pabst pena la revoca dello status fiscale privilegiato e un inevitabile tracollo finanziario. Peccato che per rinfrescarsi l’ugola con questa storica birra a stelle e strisce ci vogliano appunto 300miloni di dollari, una cifra che nessuno in questo momento pare voglia mettere sul bancone, ed è a questo punto che entra in scena l’idea del crowdsourcing.

A tirare le fila ci sono due grosse e importanti agenzie di comunicazione, la californiana Forza Migliozzi e la newyorkese ADStore che hanno deciso di lanciare la piattaforma di raccolta fondi BuyaBeerCompany (Comprati Una Fabbrica di Birra): le quote di partecipazione vanno da 5 dollari (Bottle Membership, ovvero una birretta) a 250mila dollari (The BrewMeister, mastro birraio) e tutto funziona con una promessa di pagamento. Non è infatti richiesto l’invio di denaro, ma solo la promessa di scucirlo nel momento in cui il countdown dovesse raggiungere la cifra necessaria per poter fare la proposta d’acquisto. Se invece la cifra non sarà raggiunta, il progetto decadrà, nel più classico meccanismo di crowdsourcing, e nessuno avrà tirato fuori un centesimo.

Riuscirà la forza della Rete a offrire la più costosa media chiara della storia?

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